sabato 24 aprile 2010

Polizia e Democrazia

Marzo 2010, qui l'originale


Centoquattordici capitoli brevi e intensi per narrare due indagini parallele, un linguaggio secco e asciutto che apre uno squarcio di luce sulla zona d’ombra dell’universo femminile. Questi ed altri i motivi che hanno spinto la giuria ad assegnare il Premio Fedeli 2009 ad Elisabetta Bucciarelli e al suo “Io ti perdono”. Secondi classificati ex aequo gli altri due finalisti Andrea Ribezzi con “Sette Fine” e Alessandro Maurizi con “L'ultima indagine”, due poliziotti che hanno saputo trasferire sulla pagina scritta la loro perizia nelle indagini.
Giunto alla sua tredicesima edizione, il Premio Fedeli si è svolto lo scorso 13 febbraio a Bologna nel Teatro del San Salvatore, all’interno del complesso storico che ospita la sede del Gabinetto regionale della Polizia Scientifica.
(...)
Ai contribuiti degli ospiti, sono seguite le domande ai tre autori finalisti. Sirio Bozzi ha osservato che su tre libri selezionati, due si occupano di una Polizia di Frontiera, di uno spazio, di un limite che è geografico ma anche storico. La Val d’Aosta nel caso di Elisabetta Bucciarelli, alla quale Bozzi chiede se al centro della sua ispirazione c’è stata la voglia di ambientare una storia sul bordo, sul ciglio di un burrone e quanto il senso dell’estremo abbia ispirato la sua scrittura. « La mia storia non è soltanto una storia di confine geografico, ma anche di confine emotivo e psicologico», ha detto la Bucciarelli. «Quello che mi interessa di voi poliziotti come soggetto delle mie scritture è dove potete arrivare, che limite avete. Quale carico psicologico, umano, esistenziale vi portate dietro tutti i giorni. Mi interessa poco sapere come vengono raccolte le impronte o come viene vista una scena del crimine, quello che voglio sapere è cosa di quelle immagini che tutti i giorni vedete vi rimane addosso, cosa vi portate a casa. Qual è il punto di rottura, a che cosa dovete rinunciare e cosa avete pagato, quali danni vi portate dietro»

Siamo Donne

Siamo Donne
7 marzo 2010



5 DOMANDE A… ELISABETTA BUCCIARELLI
FLASH SUL MONDO DELLA CULTURA E DELL'ATTUALITÀ — DI MICHELA FRANCO CELANI 
Si è aggiudicata il prestigioso premio ‘Franco Fedeli’ per giallisti, promosso dal Siulp, il sindacato italiano unitario dei lavoratori di polizia, per il libro “Io ti perdono” con le seguenti motivazioni: “114 capitoli brevi e densi. Due indagini parallele al centro del libro: una storia di abusi sessuali su bambini in un piccolo paese della Val d’Aosta e un «mucchietto di ossa», rinvenuto in un capannone industriale alla periferia di Milano, cui deve essere attribuita una identità.
Con un linguaggio asciutto, senza orpelli, giocato anch’esso su un duplice registro (secco e referenziale, vicino a quello della cronaca giornalistica, quando parla dell’inchiesta milanese; evocativo, quando i percorsi dell’indagine si intrecciano con i ricordi e i sentimenti della protagonista), Elisabetta Bucciarelli esplora i molteplici volti, anche quelli oscuri e minacciosi, del femminile. …”
C’è abbastanza materiale per suscitare tutto il nostro interesse e bloccare al volo la scrittrice, tra un impegno e l’altro.

Non solo scrittrice ma anche giornalista specializzata in psicologia e arte, saggista, sceneggiatrice di teatro, televisione e cinema, vincitrice di un premio prestigioso che in passato è andato a scrittori come Camilleri, Lucarelli, Perissinotto… Sembra un po’ troppo per una giovane donna: insomma, quanti anni ha, artisticamente parlando?
Ho iniziato presto e sperimentato molte applicazioni della parola scritta. Credo, soprattutto, di non aver ancora finito. Alcune strade sono state obbligate, come il giornalismo. Mi hanno aiutato a mantenere la mia passione per il teatro e la narrativa che sono le mie vere affinità elettive. Solo da qualche anno riesco a dedicarmi completamente alla scrittura di libri e racconti e spero di riuscire a farlo ancora per molto tempo.
Il Suo ultimo libro, “Io ti perdono”, segue “Happy hour”, “Dalla parte del torto”, “Femmina de luxe”, tutti ambientati in una Milano raffinata e corrotta, che ama il lusso, il sesso estremo, l’eleganza da esibire ad ogni costo. Qual è il Suo rapporto con la città?
Sono nata e cresciuta a Milano. La frequento da tanto tempo. Ho imparato a conoscerla attraverso i suoi momenti più drammatici. Il periodo delle brigate rosse, quello di tangentopoli, fino ad arrivare al vuoto degli happy hour. Ho provato ad allontanarmi, trasferendomi in un’altra città. Ma al settimo anno sono dovuta rientrare. Mi piace la sua dimensione straniante. Il suo essere elegante ma allo stesso tempo popolana. A volte mi fa paura altre mi consola. E’inquinata e caotica, ma la sento familiare. Trascorro moltissimo tempo in casa e sapere che fuori c’è Milano mi rende sopportabile qualsiasi isolamento.
Come ci si sente nei panni della nuova signora del noir?
Racconto le mie storie, che sono nere. E’ vero. Cerco di rappresentare il tempo in cui vivo, senza dare tutto per scontato e, soprattutto, cercando di evitando di creare delle mitologie. Non voglio fare paura e nemmeno amplificare la voce dei delinquenti (finti o reali). Sto con le vittime e con i deboli. Questo è un modo di fare nero senza annerire ciò che rimane di bianco. In altre parole, guardo in faccia le cose che non vanno bene e le chiamo con il loro nome. Ma senza indugiarvi, piuttosto cercando di trovare delle risposte per smarcare il negativo che esiste. Il mio non è un ottimismo imbecille, ma un realismo consapevole che punta a trovare delle soluzioni ponendo le domande giuste. In questi panni (molto difficili) mi sento molto bene.
Che cosa c’è di Lei in Maria Dolores Vergani, l’ispettrice di polizia protagonista dei Suoi romanzi?
Qualche libro fa avrei risposto che Maria Dolores è agli antipodi della sua autrice. Adesso, invece, riconosco alcune mie debolezze. L’ostinazione e il pensiero complesso. Mi riconosco anche nella sua ostinazione a cercare la verità delle cose e nel forte senso di amicizia. Invece non sceglierei mai di affrontare le sue due professioni: la psicologa e l’ispettrice. Troppa vicinanza con il male e con la sofferenza. E neppure riuscirei a sostenere la sua vita da single. Ho paura di troppe cose, lei invece di pochissime.
Indichi alle lettrici del nostro magazine almeno tre buoni motivi per cui dovrebbero acquistare i Suoi libri.
Credo che i miei libri, soprattutto “Femmina de luxe” e “Io ti perdono”, possano offrire alcuni spunti di riflessione sul femminile, desideri disattesi, piano di realtà troppo distante dalle nostre fantasie, legami affettivi che non riusciamo più a vivere con la disinvoltura che vorremmo.
Poi c’è l’aspetto emotivo delle vicende narrate. Che passano sempre dal corpo e dai sentimenti.
Infine, ci sono le storie. Che sono amare ma quotidiane. Piccole epiche che possono riguardare tutti. E in cui mi piacerebbe che le lettrici potessero rispecchiarsi, allontanarsi e imparare a difendersi. (E raccontarmi che cosa ne pensano cercandomi sul blog www.iotiperdono.blogspot.com)

giovedì 25 marzo 2010

La Voce dell'Isola

La Voce dell'Isola
25 marzo 2010, pag. 12 Cultura
Qui l'originale


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La Prealpina

Martedì 23 marzo 2010, Cultura

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lunedì 22 marzo 2010

La Prealpina

Sabato 20 marzo 2010, pag. 35


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domenica 21 marzo 2010

La poesia e lo spirito

20 marzo 2010, Giovanni Choukhadarian
Qui l'originale



A dispetto delle dimensioni piuttosto contenute, il quarto romanzo di Elisabetta Bucciarelli ha grandi ambizioni; e non si perita di nasconderle. La pagina in corsivo che antecede il racconto si chiude con una sentenza: “Solo Dio può perdonare il peccato. L’uomo, se riesce, può arrivare al massimo a perdonare il peccatore”. L’asserzione è del tutto fondata sul piano scritturale, se Mc 2,7b recita: “Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”, citato d’altronde al punto VI, 1441 del Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato dal papa Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Fidei depositum. La prima domanda è quindi: che c’entra tutto questo con un romanzo noir? Un tentativo di risposta può consistere intanto nel resoconto dei fatti narrati; che sono molti, raccontati in 114 capitoli, fatti di frasi brevi ordinate da una sintassi paratattica che evita, per fortuna, lo stile nominale tanto caro a troppa letteratura italiana corrente.
Si comincia quindi in un bosco della val d’Ayas. C’è Arianna, una bambina, che gioca con un cane. Di punto in bianco, la bambina scompare. Compare invece nel romanzo, al capitolo 4, l’ispettore Maria Dolores Vergani, che “camminava per il parco semideserto”. E’ ottobre, non c’è più turismo. Vergani frequenta quei posti, quelle montagne, da quand’era bambina. Ora è lì per ritrovare il parroco, che “è lì da trent’anni” e le aveva confessato di vivere la missione in quel posto come un esilio. L’ispettore di polizia decide d’iniziare le indagini che a lei, di stanza a Milano, non competono. Da lì in avanti, Maria Dolores Vergani, donna sola con fidanzato e rari colleghi amici, si trova di fronte a ogni genere d’inconveniente: l’unico che sia lecito nominare in sede di recensione è il suicidio del parroco. I fatti, che sono il motore del romanzo, sono raccontati in 114 capitoli, con sintassi ipotattica capace di non scadere nello stile nominale tanto in voga nella narrativa italiana contemporanea – ed è giusto che sia il lettore a scoprirli, lasciandosi andare a una completa sospensione della credulità, di fronte a una Milano iperreale e a una chiusa di vicenda folgorante.
La scrittura di Bucciarelli è, come si diceva, all’inizio, scrittura di idee. La prima, denunziata nel titolo, è quella di perdono. Nelle pagine del romanzo, sembra chiaro che gli autori di riferimento sono Vladimir Jankélévitch di “Le pardon” (Parigi, 1967) e, in contrasto, Jacques Dérrida di “Forgiveness” (Bloomington, 2001). Accanto a loro, senz’altro Paul Ricoeur di “La mémoire, le pardon, l’oubli” (Parigi, 2000) e la “Todesfuge” di Paul Celan, pagina fra le più note e dilanianti nella poesia europea del Novecento. Bucciarelli non presenta una sua visione del perdono – è troppo colta per farlo. Non di meno, lo mette al centro della riflessione dell’ispettore Vergani e, in realtà, di tutti gli attori in scena: dai genitori di Arianna al parroco alla perpetua di lui.

Di rilievo presso che uguale, e altrettanto priva di risposta, è l’altro interrogativo in gioco: ubi malum? E, più forte ancora: quare malum? Il male dei bambini, poi, degli innocenti. La romanziera sa che, per esempio nell’ebraico dell’Antico Testamento, non c’era una parola che indicasse la nozione di sofferenza, e veniva perciò usato il termine “male”, che la comprendeva – e qui è naturale il rimando a Giobbe, l’uomo giusto che soffre ogni genere di pena e alla moglie di lui, alla quale Bucciarelli ha riservato notevoli osservazioni nel blog “Sbucciature”, che da anni è una specie di suo diario di viaggio (www.sbucciature.splinder.com).

Anche in questo caso, non sono possibili risposte, ma soltanto dubbi. Bucciarelli è scrittrice di dubbi, capace d’interrogare le ombre che vede in tutti gli uomini di cui prima scorge le luci. Su questo dualismo sono costruiti i suoi personaggi, e se la modalità scelta per rappresentarli è il noir, la si accetta proprio in forza della riflessione teorica che sottostante.

In un panorama che offre libri svogliati per lettori disinteressati, Elisabetta Bucciarelli si pone di fronte a dilemmi irrisolvibili. L’unico strumento che adopera è la lingua, e anzi propriamente il Lògos: vale la pena di seguirla in questa sfida laicissima e fidente.

Cooperazione.ch

16 marzo 2010, pag. 61 Tempo libero&cultura

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domenica 14 febbraio 2010

"Io ti perdono" vince il Premio Fedeli 2009 indetto dal Siulp

LE MOTIVAZIONI

La giuria ha deciso di assegnare il premio Fedeli 2010 a Elisabetta Bucciarelli per il libro Io ti perdono con le seguenti motivazioni:

114 capitoli brevi e densi. Due indagini parallele al centro del libro: una storia di abusi sessuali su bambini in un piccolo paese della Val d'Aosta e un «mucchietto di ossa», rinvenuto in un capannone industriale alla periferia di Milano, cui deve essere attribuita una identità.
Con un linguaggio asciutto, senza orpelli, giocato anch'esso su un duplice registro (secco e referenziale, vicino a quello della cronaca giornalistica, quando parla dell'inchiesta milanese; evocativo, quando i percorsi dell'indagine si intrecciano con i ricordi e i sentimenti della protagonista), Elisabetta Bucciarelli esplora i molteplici volti, anche quelli oscuri e minacciosi, del femminile.
Donna è anche la protagonista del romanzo, l'ispettrice di polizia ed ex psicologa Maria Dolores Vergani, che, cercando di risalire al movente dei delitti, si trova a fare i conti con i nodi irrisolti del proprio passato, fino a toccare i temi filosofico-esistenziali del male, della colpa e del perdono.

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Un riconoscimento va anche agli altri due finalisti, Andrea Ribezzi con Sette Fine, e Alessandro Maurizi con L'ultima indagine, classificatisi secondi ex aequo, per aver saputo trasferire sulla pagina scritta la loro perizia nelle indagini di polizia.

LA STAMPA

13/2/2010 3:15:00 PM
ANSA-M CRO
POLIZIA: PREMIO 'FEDELI' DEL SIULP A GIALLISTA BUCCIARELLI N
VINCE 13/A EDIZIONE DELLA RASSEGNA CON 'IO TI PERDONO' (ANSA) - BOLOGNA, 13 FEB - E' 'Io ti perdono' di Elisabetta Bucciarelli il libro vincitore della 13/a edizione il concorso letterario 'Franco Fedeli' per giallisti, promosso dal Siulp, il sindacato italiano unitario dei lavoratori di polizia. La premiazione, oggi a Bologna, nel teatro del San Salvatore, nella sede del gabinetto regionale della polizia scientifica, in una giornata tutta dedicata al legame tra letteratura gialla e polizia. 'Io ti perdono', edito da Kowalski, racconta dell'indagine sulla sparizione della piccola Arianna, scomparsa dopo aver seguito tra gli alberi di un bosco di montagna un cagnolino. A indagare e' l'ispettore Maria Dolores Vergani, richiamata nel paesino della Val D'Aosta dal sacerdote che la conosce fin da quando era bambina. Il premio 'Franco Fedeli' nacque nel 1996 da un'idea del segretario nazionale del Siulp Luigi Notari, allora segretario provinciale di Bologna, e dello scrittore Maurizio Matrone, allora appartenente alla polizia, come sviluppo del 'Police film festival' la cui ultima edizione fu nel 1994. L'obiettivo era, e rimane, ''la salvaguardia della memoria storica del movimento democratico dei lavoratori di polizia per tenere sempre viva la capacita' dei lavoratori di interfacciare con la societa' civile e combattere il rischio di separatezza cui e' soggetto l'apparato'' hanno ribadito anche quest'anno gli organizzatori. La proclamazione del vincitore e' stato preceduta da un dibattito cui hanno partecipato tra gli altri il questore di Bologna Luigi Merolla, il questore di Venezia Fulvio Della Rocca e il Prefetto Ansoino Andreassi. I tre scrittori finalisti (anche Alessandro Maurizi con con 'L'ultima Indagine' e Andrea Ribezzi con 'Sette fine', sono stati intervistati da Luca Crovi conduttore su Radio Rai 2 di 'Tutti i colori del Giallo' che da qualche anno trasmette in diretta la premiazione. ''L'affermazione del prefetto Andreassi che ha detto che grazie al Siulp sente di avere ancora un ruolo sociale importante dopo che, quando era andato in pensione si era sentito un po' isolato - ha commentato Rita Parisi, segretaria bolognese del Siulp - e' per noi significativo, vuol dire aver raggiunto uno dei nostri obiettivi. Quello che il sindacato sia collettore di memoria culturale''. (ANSA). BNT 13-FEB-10 15:12 NNN






domenica 31 gennaio 2010

La Stampa - Valle d'Aosta

La Stampa
Valle d'Aosta
Cultura e Spettacoli
31 gennaio 2010


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sabato 16 gennaio 2010

Bloody Mary Award 2009

Bucciarelli e Carrisi: a loro il Bloody Mary Award 2009


Si sono concluse le votazioni per il Bloody Mary Award 2009 e possiamo finalmente tirare le somme. Ebbene, come il titolo annuncia, quest’anno abbiamo un parimerito. A vincere il premio che ThrillerCafé assegna in base ai voti della giuria tecnica interpellata, sono stati due romanzi, e precisamente:

Per Elisabetta Bucciarelli è la seconda affermazione, dopo quella del 2008

martedì 5 gennaio 2010

L'Indice dei Libri del Mese

Gennaio 2010
Pag. 19, recensione di Giovanni Choukhadarian

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mercoledì 23 dicembre 2009

Courmayeur Noir Festival 2009


MENZIONE SPECIALE A IO TI PERDONO
La Giuria letteraria, composta da Lia Volpatti, Sebastiano Triulzi, John Vignola, Cecilia Scerbanenco, Carlo Oliva, Gianfranco Orsi, Loredana Lipperini, Valerio Calzolaio e Sergio Pent, ha assegnato il Premio Giorgio Scerbanenco 2009 al romanzo Morte a Firenze. Un’indagine del commissario Bordelli di Marco Vichi (edizioni Guanda). Con la seguente motivazione: «Per aver saputo costruire una storia di ampio respiro e di impegno civile insieme amara e dolente. E aver dato spessore e complessità umana al suo personaggio, grazie a una scrittura nitida ed efficace».
La giuria ha attribuito anche una menzione speciale a Io ti perdono di Elisabetta Bucciarelli (edizioni Kowalski) «per l’originalità della scrittura e l’analisi psicologica».

PREMIO SCERBANENCO 2009
Questa è la classifica finale delle votazioni per il “Premio Letterario Giorgio Scerbanenco” Courmayeur Noir in Festival - La Stampa, romanzi tutti italiani editi nell’anno. Il risultato finale è stato determinato dalla somma dei voti espressi dai lettori sul sito del festival fino al 27 novembre e dal voto bilanciato della Giuria Letteraria, composta da Valerio Calzolaio, Loredana Lipperini, Carlo Oliva, Gianfranco Orsi, Sergio Pent, Cecilia Scerbanenco, Sebastiano Triulzi, John Vignola, Lia Volpatti.

I CINQUE FINALISTI
1. Elisabetta BUCCIARELLI, Io ti perdono, Kowalski
[voti pubblico 17] [voto ponderato giuria 1008] [risultato finale 1025]
2. Marco VICHI, Morte a Firenze, Guanda
[voti pubblico 5] [voto ponderato giuria 1008] [risultato finale 1013]
3. Donato CARRISI, Il suggeritore, Longanesi
[voti pubblico 6] [voto ponderato giuria 840] [risultato finale 846]
4. Ugo BARBÀRA, In terra consacrata, Piemme
[voti pubblico 101] [voto ponderato giuria 672] [risultato finale 773]
5. Maurizio DE GIOVANNI, Il posto di ognuno, Fandango
[voti pubblico 381] [voto ponderato giuria 336] [risultato finale 717]

La Stampa, Inserto Tuttolibri, 5.12.2009

L'Unità, 11.12.2009
Giornale di Brescia, 11.12.2009


I BLOG

Angolo Nero vincitore
Angolo Nero finalisti
Thrillercafé vincitore
Thrillercafé finalisti

Corriere della Sera

La libreria
9 agosto 2009

Fondata ottant' anni fa, la Libreria Cattaneo di Lecco (via Roma 52, tel 0341 286323, libreria@cattaneolecco.it) tratta libri di ogni genere con una particolare attenzione al settore giallo e noir

Hakan Nesser Era tutta un' altra storia Guanda, 18
Don Winslow Il potere del cane Einaudi, 22
Henning Mankell Il cinese Marsilio, 19
Alfredo Chiappori Quanti denti ha il pescecane Mursia, 15
Charlene Thompson Stanotte sei mia Marcos Y Marcos, 14,50
Glenn Cooper La biblioteca dei morti Nord, 18,60
Donato Carrisi Il suggeritore Longanesi, 18,60
Tom Rob Smith Il rapporto segreto Sperling & Kupfer, 19,90
Elisabetta Bucciarelli Io ti perdono Kowalski, 14
Michelle Wan I delitti della Dordogna Garzanti, 18,60

La parola e il silenzio

Qui l'originale

Io ti perdono : titolo del mio ultimo libro acquistato , che consiglio a chiunque.
Autrice di questo noir è Elisabetta Bucciarelli. Il tema principale , il perdono , viene abilmente collegato alle indagini della protagonista Maria Dolores Vergani ( indagini che vanno a riguardare i Mali del mondo come lo stupro , la pedofilia e la prostituzione ) , nonchè anche alla vita sentimentale di quest’ultima.
Con le citazioni che riporto ora , spero di invogliare chiunque a comprarlo/leggero. P.s Spero un giorno riuscirete a scusarmi per questo lessico da persona troppo seria.

“Una storia fatta di parole. Di immagini. Suoni. Distanze. Era iniziata con uno scambio di informazioni. Poi un’azione concordata , Polizia e Guardia di Finanza. Divise diverse ma gli stessi intenti. Lo sguardo alla giustizia. Un credo comune. Telefonate. Mail. E fine settimana silenziosi. Amanti senza esserlo. Clandestini senza toccarsi. Eppure profondamente legati. Seduti fianco a fianco sulle panchine. A parlare. Per mano al massimo. Come due scolaretti.

A lei era già successo di trovarsi coinvolta in sentimenti difficili da nominare. A lui no. Le aveva detto : ‘Adesso capisco che non ho mai davvero tradito mia moglie’. Perchè il sesso non è la stessa cosa di un pensiero fisso che non ti abbandona per tutto il giorno. Il desiderio dei corpi si esaurisce , lentamente magari. Quello delle anime no.”

“La soglia di sopportazione del male. Ognuno ha la sua. L’abitudine a frequentarlo , certo , rafforza. Crudeltà , cattiveria , sadismo , plagio , quante forme esistevano capaci di piegare fino a spezzare il corpo di un uomo? E ognuna doveva fare i conti con le resistenze individuali. Non tutti siamo capaci di attuare le stesse difese. Non siamo permeabili al dolore nello stesso modo. Non abbiamo la stessa consuetudine alla frequentazione del Male.
Maria Dolores Vergani era corazzata. Distanza terapeutica più assuefazioni alle esercitazioni demoniache. Una bella campana di acciaio che si portava dietro come il carapace di una testuggine o l’armatura di un cavaliere medievale. Ma esistono sempre delle impercettibili fessure dove l’acqua , la sabbia e l’aria riescono a infiltrarsi. Scavare lentamente e a fondo. Smuovere e corrompere. Di quelle aveva paura”

“Tanto la Vergani era in grado di comprendere gli altri , sostenerli e svelarli nelle loro malefatte , quanto era totalmente incapace di avvicinarli senza la sua professionale distanza terapeutica. E nelle faccende di cuore , quelle private , era da sempre incapace di utilizzare l’organo preposto. Che non era in mezzo alle gambe , ma al centro del cuore. Alzava barriere , creava labirinti , proponeva difficoltà.
Adesso , scavallando il dosso dei quaranta , si sentiva di rischiare forse in dovere verso se stessa , o forse suo malgrado presa per stanchezza. Su fronti diversi. Con lo stesso comune denominatore. Rimetterci. Soccombere. Era forte , sì. Ma a rinunciare. Non a vivere. Lì si perdeva via.”

“Il cuore si nutre di fantasie , l’anima sembra saziarsi di affinità , ma nessuno spazio di vita reale mette alla prova la resistenza di fronte alla frustrazione e al dolore che qualunque storia affettiva vera porta con sè.”


martedì 3 novembre 2009

Carmilla

Dalla femmina di lusso al perdono: l'ultima produzione di Elisabetta Bucciarelli

Qui l'originale

Queste non sono successioni di recensioni, ma spunti di riflessione sul lavoro più recente di Elisabetta Bucciarelli, a partire daFemmina de luxe - uscito nel 2008 nella collana Babele Suite di Perdisa Pop - per concludere con Io ti perdono (Kowalski, 2009). Perché il leitmotiv che unisce le due opere è in primis il personaggio letterario della Bucciarelli, Maria Dolores Vergani, ispettrice con gli occhi da cinesina, una donna tutta d'un pezzo che ama profondamente l’Arte e i pastori tedeschi, ex psicologa ora ispettore di Polizia, devota alla verità più che alla giustizia e, come l'ho altrove definita, “single un po’ per vocazione un po’ per incroci sbagliati di destini diversi, poco socievole e meno ancora cerimoniosa, schiva rispetto agli eccessi, severa con gli altri non più di quanto lo sia con se stessa, difficilmente incline alle seconde chances.”

Ma non solo. La Vergani non è l'unico trait d'union tra l'ultimo e il penultimo lavoro di questa scrittrice milanese. L'altro è quello che, molto blandamente rispetto all'importanza del tema, potrei definire “l'introspezione nel femminile”, ovvero la propensione della scrittrice a scrutare l'universo-donna in tutte le sue variabili, applicando tale propensione, per esteso, a ogni eroina o antieroina, perfino alle comparse. E le variabili sono tante: aneliti, ripensamenti, ubicazioni indesiderate, incertezze nei rapporti, insicurezze fisiche, dubbi, esistenze irrisolte, crescite interiori, ovvero tutto quello che, prendendo l'aggettivo sentimentale nell'accezione etimologica di “risalente al sentimento (dasentior latino)”, si potrebbe circoscrivere alla locuzione: l'educazione sentimentale delle donne.
BucciarelliFemminaDeLuxe.jpgPrendiamo una donna, una a caso. La prima che incontriamo inFemmina de luxe, un titolo che sa di eleganza, sensualità, bellezza stereotipata. Ma la prima donna che la lettura ci rende immaginifica non risponde ai canoni d'immagine femminile propinati dai media, è una creatura fatta di ciccia e d'istinto che cammina per strada e parla da sola, occhi da cerbiatta, Olga la morbida, vestita old fashion e volant, un corpo che si riconosce soprattutto nelle sue curve e che ha voglia impellente di un uomo. Olga non si preoccupa del suo peso, non è a disagio, l'urgenza è un’altra. Olga rappresenta la fame d’amore. O, meglio, l'illusione dell'amore. Un'illusione allo stato purissimo, così candida che non verrà contaminata dal male neppure quando il male la imbroglierà coi suoi modi meschini. Anche in Io ti perdono il femminino sarà quello della Vergani ma non solo: si estenderà a quello delle donne di tutti i giorni, mogli, madri, un prototipo variegato di donna che converge, come ha dichiarato l'autrice, in “un’identica matrice che declina la paura e il femminile in modi differenti.”
BucciarelliIoTiPerdono.jpgInfine vorrei concludere camminando lungo l'ultimo sentiero che, come una strada in pendenza, collega le due opere cronologicamente: l'osservazione del male come materia d’indagine, un male onnipresente che è istinto brutale, sopraffazione, frustrazione, ma anche grettezza e invidia. Un male che da piccoli gesti liberatori o di compensazione (mi riferisco all'Attaccastronzi di Femmina de Luxe o al Trinciacapelli di Io ti perdono) assurge a male assoluto, totalizzato dalle azioni umane che sono fatte di artificiosità (liposuzione), deviazione e vendetta. Incorreggibile questo male, sempre in agguato, infido. E' approdando a Io ti perdono che l'autrice dimostra che il male sarà pur sempre uguale a se stesso, potente con la sua carica di danno e d'infelicità, ma ciò che può cambiare è la risposta di chi lo riceve. Un'inversione di prospettiva, da uno stadio di odio e soggezione la vittima - o il vicino/parente della vittima - può cambiare posizione e non si tratta di questioni solo altruistiche. Un'azione al transitivo, come i verbi che transitano, appunto, dal passivo all'attivo. La Bucciarelli non si addentra in questioni metafisiche sull'invincibilità del male, non è questo che interessa. Ma fa scorgere all'orizzonte un messaggio di pace. Una pace che non sussiste insieme al rancore e, al di là dell'assioma che il male è connaturato all'uomo, il fatto di misurarsi con la sua portata dimostra che non è poi così inscalfibile e che l'evoluzione, se non arriva dall'esterno, la si può sempre cercare nei meandri della propria umanità.

Antelitteram.it

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mariluoliva.splinder.it

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Oltre alla scrittura, che è anche la tua professione, quali sono le tue passioni?
Leggere, compulsivamente. Cinema, tutto quello che NON mi fa paura. Teatro. Sempre e per sempre.

Quando hai deciso che saresti diventata scrittrice?
Non ho deciso. Ho scritto. Ho spedito. É successo. Poi ho continuato a farlo.

Quali ostacoli hai incontrato? Hai mai dubitato di farcela?
La mia emotività è l’ostacolo maggiore. Dubito sempre.

Secondo te perché il noir piace tanto?
In realtà piacciono altre cose, che vengono chiamate erroneamente Noir. Di Noir in giro ne vedo pochissimo. Pochi sono in grado di scriverlo.

Parto dal titolo del tuo ultimo romanzo: “Io ti perdono”, Kowalski. Ti è mai successo di non essere stata perdonata? Se sì, per cosa?
Mi sono vendicata, quando ancora la vendetta era la mia unica forma di risarcimento. Per questo non mi perdono e credo di non essere stata ancora perdonata. Spero succeda, però. Una storia d’amore non deve mai finire così.

Ti è mai successo, invece, di aver perdonato con estrema fatica? Naturalmente vogliamo sapere chi e per cosa...
Non riesco a perdonare facilmente i tradimenti emotivi. E neanche gli opportunismi. Le convenienze. “Gli scambisti culturali”. Le maldicenze. I falsi. Gli adulatori. Vado avanti? Mica avrei scritto Io ti perdono…

Prova a introdurci in poche parole il carattere di Dolores Vergani, tuo personaggio letterario
É determinata, capace di stare da sola, generosa. Ma anche fragile, trattenuta e difesa.

Immagina di doverle scegliere come fidanzato un personaggio tratto dalla letteratura noir. Chi sarebbe il fortunato?
Marlowe. Con la faccia (che non ha mai avuto) di Marlon Brando…

L’hai mai sognata?
No, ci mancherebbe altro… è già il mio incubo quotidiano.

Tre cose che ami e tre cose che detesti dell’ambiente culturale italiano
Ambiente culturale italiano? Quale intendi? Non credo di conoscerlo. Amo i filosofi contemporanei. E i teologi. Imparo molto da loro e, quando non sono accidiosi, mi mettono allegria. Vorrei circondarmi solo da scrittori di libri filosofici. Per me è questo l’ambiente culturale. Il resto è solo un grande show. A volte ti chiamano a fare la ballerina. A volte a recitare una parte. Altre volte sei l’ospite d’onore di un talk. La cultura si fa in privato. Spesso anche in silenzio. In alternativa, preferisco l’Arte.

L’ultimo bacio che hai dato
Due. Un’ora fa. “Bacio abbraccio e carezza” al mio piccolo tesoro. “Bacio d’amore” al mio grande.

L’ultimo rifiuto che hai dato
Ho negato un bacio sulla bocca a un uomo estraneo (e pure sposato).

La bellezza è un tema affrontato, tra gli altri, nel tuo romanzo “Femmina de luxe”, Perdisa Pop. Cosa pensi riguardo all’ossessione per la bellezza femminile propria della nostra epoca?
Qualsiasi ossessione è malvagia. Ma la bellezza è anche etica. Perseguirla fa bene allo spirito. Non a costo della vita. Non per gratificare modelli che non ci appartengono.

Un tuo talento (oltre alla scrittura)
La pazienza. So aspettare. Ho aspettato tanto. Sto ancora aspettando.

Un tuo limite
L’ansia. É invalidante.

Quando qualcuno ti corteggia con eleganza, giochi o sfuggi?
Con altrettanta eleganza cerco di dissuadere. Comunque fuggo.

Le armi di seduzione che ti conquistano
La bellezza ha molto peso. Poi l’ironia e i verbi ben coniugati.

Un progetto in cantiere
Il prossimo romanzo.

Hai appena commesso un reato, salutaci con la strizza di Raskòl'nikov in Delitto e Castigo.
Zitta. Muta. E via.

E adesso salutaci coi tuoi bei capelli sciolti al vento
Grazie Marilù e grazie ai tuoi lettori. Con sorriso aperto.

Abruzzocultura.it

Qui l'originale

Elisabetta Bucciarelli e la scrittura
pubblicato il 16 ottobre 2009 alle 14:34
scritto da Simone Gambacorta
tematiche affrontate: interviste

Ha scritto e scrive testi teatrali, sceneggiature, racconti, romanzi, saggi, articoli giornalistici. Per Elisabetta Bucciarelli la scrittura è più di un mestiere, è una vocazione naturale, un’inclinazione dell’animo. Soprattutto, è una fonte di continua ricerca: stilistica e interiore. L’abbiamo intervistata per vedere come funziona il suo banco di lavoro. Le risposte che ci ha dato sono ricche e succose. Utili per chiunque ami la parola, non solo quella narrativa.

Leggendo il tuo curriculum viene da pensare: una vita nella scrittura. Partiamo da qui, da questa presenza, dal suo “significato”…
“Ogni tanto ci penso anch’io e cerco l’inizio. Ma non c’è un inzio. Esiste invece, da sempre, un grande amore e un profondo rispetto per la parola. Una predisposizone che qualche insegnate illuminato ha intuito fin da subito. Credo che il significato si possa intravedere nel mio disperato tentativo di farmi ascoltare, di essere il più chiara possibile quando dico, e di raccontare storie che conducono, come succedeva a me da piccola, in mondi diversi, dolorosi, ma fertili”.

E sul punto torneremo più avanti. Ora vorrei invece chiederti questo. Sceneggiature, romanzi, saggi, articoli giornalistici: in quale di queste direzioni hai mosso i primi passi?
“Ho inziato con il teatro. A vent’anni sono entrata nel laboratorio di drammaturgia del Piccolo Teatro, ora Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi. Quindi ho lavorato sulla drammaturgia, dialoghi e monologhi e ho scritto i miei primi testi teatrali. Poi sono arrivate le sceneggiature cinematografiche. Era un momento molto effervescente a Milano, prima di tangentopoli e della fuga generale di tutti. Pieno di stimoli e di incontri capaci di cambiarti”.

Qual è il tipo di scrittura dove ti senti più “tu”?
“Ho avuto la fortuna di scrivere e mettere in scena cose mie. Ogni volta che riesco a coniugare una modalità di scrittura con i contenuti che devo esprimere mi sento a posto”.

Un tuo saggio s’intitola “Io sono quello che scrivo. La scrittura come atto terapeutico” (Calderini). In che senso la scrittura può essere considerata una terapia?
“La scrittura è teraputica sia per chi la pratica che per i lettori. Permette di uscire da sé, di spostarsi dal proprio ombelico e di mettersi alla prova. Fare finta di essere, sperimentare strategie di sopravvivenza. Osare. E poi riesce a stimolare e produrre una gamma di emozioni fortissime. Indignazione, commozione, odio e amore. Fa bene. Anche quando è brutta”.

Fra le varie forme di scrittura che pratichi, qual è quella per te più terapeutica?
“Credo la drammaturgia teatrale. E’ una sorta di psicodramma che si ripete ogni sera, ma non è mai uguale. E le emozioni che passano con il teatro non sono paragonabili a niente”.

Da anni tieni anche il laboratorio “Esprimersi con la scrittura, scrivere per stare bene”: di che si tratta?
“Credo che la scrittura creativa non esista. Tutto è creazione. Anche una torta alla meringa. Esiste invece un tipo di espressione che può essere aiutata dalla parola scritta. Migliorata e compresa meglio. E’ il modo di essere di ciascuno di noi. A questo servono i miei laboratori, a capire da che parte stiamo andando con le parole, ad acquisire una padronanza maggiore, a non farci condurre ma a guidare noi, a evidenziare le carenze emotive. Tutto questo solo attraverso l’analisi dei nostri scritti. Che avviene in diretta. E’ divertente e anche molto emozionante”.

Hai pubblicato anche “Le professioni della scrittura” (Eda-Il Sole 24 Ore)…
“Ho indagato tutti gli ambiti professionali – o quasi – in cui si utilizza la scrittura e ho cercato di dare qualche consiglio agli aspiranti. Strategie pratiche per incoraggiarli a continuare, magari lasciando da parte la narrativa e invitandoli a sperimentare altre aree incentrate sempre sulla scrittura”.

Ma non hai lasciato da parte la comunicazione. E infatti “Strategie di comunicazione” (Riza Scienza) è il titolo di un altro tuo libro…
“L’esperienza a “Riza psiocosomatica” (rivista mensile, ndr) mi ha fatto crescere molto. Sono diventata pubblicista e ho imparato a capire cosa sono i simboli e i miti. In più ho approfondito le tecniche di comunicazione, grazie alla presenza di veri maestri. Parietti, Morelli, Parsi: solo per citarne alcuni”.

Partendo quindi dal presupposto che scrivere è comunicare, possiamo concludere che le varie angolazioni da cui hai riflettuto sulla scrittura altro non sono che variazioni sul tema di un solo amore: quello del dire, del trasmettere, dello scrivere, appunto. Sbaglio?
“Non sbagli affatto. L’amore immenso per la parola. La scelta continua di non arrendersi alla dotazione minima che ci è stata donata. La ricerca continua del modo migliore per dire, e scrivere. E soprattutto ritrovare il vero significato delle parole, che si è perso nel tempo e con le consuetudini sbagliate del nostro presente approssimativo e superficiale”.

Hai pubblicato anche romanzi: “Happy Hour” (Mursia), “Femmina de luxe” (Perdisa Pop), “Dalla parte del torto” (Mursia) e “Io ti perdono” (Colorado noir/Kowalski). Sono tanti, complimenti…
“Grazie. Ma non sono tanti. Anzi. Sono di più i racconti. Ma anche questo è un conto che non vale. Invece trovo interessante che siano diversi. Che tra il primo e l’ultimo ci sia un vero mondo. Una crescita, un passaggio di stato, un equilibrio differente”.

Mi dai di ciascuno una micro-descrizione? Però “tua”. Voglio dire: un po’ di parole che riflettano il tuo sentimento verso ciascuno di quei romanzi?
“Happy Hour” mi fa tenerezza. E’ acerbo, nervoso, adolescente. “Dalla parte del torto” è bulimico, ridondante, surreale, arrabbiato. “Femmina de luxe” è armonico e allo stesso tempo fastidioso. Ma gli voglio molto bene. Infine “Io ti perdono”. Credo sia il meglio riuscito. Il più dolente ma anche il più autentico”.

Ma che cos’è per te un romanzo? Come pieghi, cioè, alle tue istanze creative la vastità di questa forma?
“Il romanzo è un modo per raccontare storie. Ti permette di andare fino in fondo e di utilizzare un numero maggiore di parole rispetto alle sceneggiature e ai testi teatrali. Non chiede aiuto alle immagini ma le forma insieme alla mente del lettore. Poi è anche il luogo privilegiato per porre domande, sollevare dubbi e provare a proporre percorsi. Infine è un duetto: chi lo scrive con chi lo legge. Ci si ama alla fine, ci si odia o si cambia strada nell’indifferenza più assoluta. Tutte e tre le possibilità hanno dei precisi significati”.

Tra il primo e l’ultimo libro, la tua idea di romanzo è cambiata?
“La mia idea di romanzo non è prestabilita ma segue strade complesse. Per esempio può modificarsi dopo aver letto libri altrui o aver visto lavori artistici o cinematografici. Questo nella struttura. Ciò che cambia è il modo di affrontare la scrittura o/e la lettura. Il mio stare in bilico sul burrone. Se prima mi lanciavo e arrivavo alla fine senza aver visto niente – e rischiando di schiantarmi al suolo – ora sono in grado di osservare quello che mi circonda e di scegliere cosa trattenere e cosa no. Il altre parole ho un controllo differente, sia di me stessa che di consegunza del romanzo che scrivo. Ho più possibilità e meno paura”.

Ma uno perché racconta?
“Ti posso rispondere perché lo faccio io. Essenzialmente per due motivi. Uno è razionale: credo di avere la necessità profonda di essere ascoltata, compresa, amata. L’altro devi prenderlo così: non posso fare altro”.

E il romanzo quali possibilità di racconto ti offre?
“Tutte le possibilità che la mente è in grado di contemplare. Ogni tanto, infatti, arriva qualche mente geniale e ci propone qualcosa di mai conosciuto. Pensa a Zola con “Il ventre di Parigi”. Vere e proprie rivoluzioni”.

Quali sono le tappe che affronti affinchè un tuo libro veda la luce? C’è un’idea, poi magari vengono degli appunti, poi ancora la scrivania, e poi poi poi stesure e ristesure…
“Prima c’è un’emozione. E la necessità di renderla solida, di fermarla o esorcizzarla. Poi arriva l’idea che la contiene. Immediatamente si attacca alle storie che già conosco e ne trascina qualcuna, lasciandone perdere la maggior parte. Quindi arrivano le parole, ed è la fase più difficile. Le segno tutte. E quando è il momento parte la scrittura che, ovviamente, modifica molte circostanze che davo per acquisite e ne crea di nuove, trascinandomi, a volte, dove non credevo di poter andare. Le stesure sono tante, di solito. Nell’ultimo libro, “Io ti perdono”, il punto di partenza è stato la paura di perdere qualcosa di importante”.

Come capisci di aver tagliato il traguardo?
“Quando mi tirano via il libro dalle mani”.

La tua scrittura, il tuo stile, è asciutto, ritmato, fratto, rapido. Hai sempre scritto così?
“No, e non so se andrò avanti a scrivere così. La mi sfida è mantenere la voce ma cercare, appunto, di trovare le migliori parole per dire. “Io ti perdono” aveva necessità di una scrittura secca. Essenziale. I temi trattati sono già forti e pieni di lessico nell’immaginario comune, non servivano tante parole. “Dalla parte del torto”, invece, tratta un tema molto colorato ma privo di un suo lessico, perché è un tabù. Lì ho esercitato l’arte dell’accumulo e della ridondanza”.

Le soluzioni stilistiche sono dunque frutto di una ricerca che si “aggiorna” caso per caso…
“L’idea di scrittura è legata a doppio filo alla ricerca. Allo studio della parola. All’impegno di trovare il meglio per dire. Sempre considerando il tipo di narrativa che sto facendo. E forse proprio per questo. La narrativa di genere ha come caratteristica di base l’intrattenimento, ma questo può essere fatto in modo più o meno interessante, sia per la storia che racconti sia per il modo in cui lo fai. Non credo in una bella storia scritta in modo sciatto. E’ destinata a piacere ma non a rimanere nel tempo”.

Prima parlavamo del dolore e del potere terapeutico della scrittura. Ora vorrei chiederti questo: quando si scrive, quando si racconta, quando con una trama ci si inoltra – come tu stessa fai – nelle regioni liminari dell’agire umano, che tipo di esercizio si compie?
“Per chi scrive è certamente una vera e propria indagine all’interno di Sé. Non so con quanta consapevolezza o meno. E’ una sorta di transfert con personaggi e avvenimenti, un farsi altro per arrivare sinceri e forti al lettore”.

Quando si racconta una qualsiasi storia – qualunque essa sia, e al di là degli aspetti autobiografici – quale e quanta è la quota di scavo che occorre esigere da sé?
“Ci sono molti modi di affrontare la narrazione. È sufficiente guardare cosa ci propone il mercato. Ci sono storie avvincenti, che ti trascinano e con la stessa forza ti abbandonano alla fine. Ci sono libri senza storie forti, ma con atmosfere potenti. Autobiografie travestite da romanzi. E narrativa di consumo che ti spinge a iniziare ricerche storiche anziché umane e personali. Ogni libreria è come una farmacia dove si curano desideri e malattie. Nelle mie storie ci sono pochissimi aspetti autobiografici, cose capitate a me nella vita reale. Ma tutta la gamma delle emozioni è autentica. Le emozioni sono state metabolizzate, passate al vaglio. Ho sofferto, gioito, fatto soffrire, ma anche reso felice. Ho aspettato, cercato spasmodicamente. Ho pianto. Sono stata sola e ho avuto molta paura. Conosco l’umiliazione e la presunzione. Non baro su questo. Ho fatto anni e anni di lavoro su di me. Riconoscendo emozioni e stati d’animo. Quello che propongo mi è chiaro al millimetro. E se qualcosa mi sfugge è per l’enorme potere della scrittura. Ci lavoro dopo che il libro è uscito. Grazie ai lettori, che sono il motore della mia crescita e che mi restituiscono, soprattutto sull’ultimo libro, schegge delle loro esistenze formidabili”.

E questo a cosa porta?
“Si chiama rischio. Se tu proponi emozioni con le parole, scateni emozioni. Che non sono mai tutte dello stesso segno. Ma vale la pena”.

Reporter.it


La Gazzetta di Parma

1 novembre 2009



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