martedì 3 novembre 2009

Carmilla

Dalla femmina di lusso al perdono: l'ultima produzione di Elisabetta Bucciarelli

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Queste non sono successioni di recensioni, ma spunti di riflessione sul lavoro più recente di Elisabetta Bucciarelli, a partire daFemmina de luxe - uscito nel 2008 nella collana Babele Suite di Perdisa Pop - per concludere con Io ti perdono (Kowalski, 2009). Perché il leitmotiv che unisce le due opere è in primis il personaggio letterario della Bucciarelli, Maria Dolores Vergani, ispettrice con gli occhi da cinesina, una donna tutta d'un pezzo che ama profondamente l’Arte e i pastori tedeschi, ex psicologa ora ispettore di Polizia, devota alla verità più che alla giustizia e, come l'ho altrove definita, “single un po’ per vocazione un po’ per incroci sbagliati di destini diversi, poco socievole e meno ancora cerimoniosa, schiva rispetto agli eccessi, severa con gli altri non più di quanto lo sia con se stessa, difficilmente incline alle seconde chances.”

Ma non solo. La Vergani non è l'unico trait d'union tra l'ultimo e il penultimo lavoro di questa scrittrice milanese. L'altro è quello che, molto blandamente rispetto all'importanza del tema, potrei definire “l'introspezione nel femminile”, ovvero la propensione della scrittrice a scrutare l'universo-donna in tutte le sue variabili, applicando tale propensione, per esteso, a ogni eroina o antieroina, perfino alle comparse. E le variabili sono tante: aneliti, ripensamenti, ubicazioni indesiderate, incertezze nei rapporti, insicurezze fisiche, dubbi, esistenze irrisolte, crescite interiori, ovvero tutto quello che, prendendo l'aggettivo sentimentale nell'accezione etimologica di “risalente al sentimento (dasentior latino)”, si potrebbe circoscrivere alla locuzione: l'educazione sentimentale delle donne.
BucciarelliFemminaDeLuxe.jpgPrendiamo una donna, una a caso. La prima che incontriamo inFemmina de luxe, un titolo che sa di eleganza, sensualità, bellezza stereotipata. Ma la prima donna che la lettura ci rende immaginifica non risponde ai canoni d'immagine femminile propinati dai media, è una creatura fatta di ciccia e d'istinto che cammina per strada e parla da sola, occhi da cerbiatta, Olga la morbida, vestita old fashion e volant, un corpo che si riconosce soprattutto nelle sue curve e che ha voglia impellente di un uomo. Olga non si preoccupa del suo peso, non è a disagio, l'urgenza è un’altra. Olga rappresenta la fame d’amore. O, meglio, l'illusione dell'amore. Un'illusione allo stato purissimo, così candida che non verrà contaminata dal male neppure quando il male la imbroglierà coi suoi modi meschini. Anche in Io ti perdono il femminino sarà quello della Vergani ma non solo: si estenderà a quello delle donne di tutti i giorni, mogli, madri, un prototipo variegato di donna che converge, come ha dichiarato l'autrice, in “un’identica matrice che declina la paura e il femminile in modi differenti.”
BucciarelliIoTiPerdono.jpgInfine vorrei concludere camminando lungo l'ultimo sentiero che, come una strada in pendenza, collega le due opere cronologicamente: l'osservazione del male come materia d’indagine, un male onnipresente che è istinto brutale, sopraffazione, frustrazione, ma anche grettezza e invidia. Un male che da piccoli gesti liberatori o di compensazione (mi riferisco all'Attaccastronzi di Femmina de Luxe o al Trinciacapelli di Io ti perdono) assurge a male assoluto, totalizzato dalle azioni umane che sono fatte di artificiosità (liposuzione), deviazione e vendetta. Incorreggibile questo male, sempre in agguato, infido. E' approdando a Io ti perdono che l'autrice dimostra che il male sarà pur sempre uguale a se stesso, potente con la sua carica di danno e d'infelicità, ma ciò che può cambiare è la risposta di chi lo riceve. Un'inversione di prospettiva, da uno stadio di odio e soggezione la vittima - o il vicino/parente della vittima - può cambiare posizione e non si tratta di questioni solo altruistiche. Un'azione al transitivo, come i verbi che transitano, appunto, dal passivo all'attivo. La Bucciarelli non si addentra in questioni metafisiche sull'invincibilità del male, non è questo che interessa. Ma fa scorgere all'orizzonte un messaggio di pace. Una pace che non sussiste insieme al rancore e, al di là dell'assioma che il male è connaturato all'uomo, il fatto di misurarsi con la sua portata dimostra che non è poi così inscalfibile e che l'evoluzione, se non arriva dall'esterno, la si può sempre cercare nei meandri della propria umanità.

Antelitteram.it

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mariluoliva.splinder.it

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Oltre alla scrittura, che è anche la tua professione, quali sono le tue passioni?
Leggere, compulsivamente. Cinema, tutto quello che NON mi fa paura. Teatro. Sempre e per sempre.

Quando hai deciso che saresti diventata scrittrice?
Non ho deciso. Ho scritto. Ho spedito. É successo. Poi ho continuato a farlo.

Quali ostacoli hai incontrato? Hai mai dubitato di farcela?
La mia emotività è l’ostacolo maggiore. Dubito sempre.

Secondo te perché il noir piace tanto?
In realtà piacciono altre cose, che vengono chiamate erroneamente Noir. Di Noir in giro ne vedo pochissimo. Pochi sono in grado di scriverlo.

Parto dal titolo del tuo ultimo romanzo: “Io ti perdono”, Kowalski. Ti è mai successo di non essere stata perdonata? Se sì, per cosa?
Mi sono vendicata, quando ancora la vendetta era la mia unica forma di risarcimento. Per questo non mi perdono e credo di non essere stata ancora perdonata. Spero succeda, però. Una storia d’amore non deve mai finire così.

Ti è mai successo, invece, di aver perdonato con estrema fatica? Naturalmente vogliamo sapere chi e per cosa...
Non riesco a perdonare facilmente i tradimenti emotivi. E neanche gli opportunismi. Le convenienze. “Gli scambisti culturali”. Le maldicenze. I falsi. Gli adulatori. Vado avanti? Mica avrei scritto Io ti perdono…

Prova a introdurci in poche parole il carattere di Dolores Vergani, tuo personaggio letterario
É determinata, capace di stare da sola, generosa. Ma anche fragile, trattenuta e difesa.

Immagina di doverle scegliere come fidanzato un personaggio tratto dalla letteratura noir. Chi sarebbe il fortunato?
Marlowe. Con la faccia (che non ha mai avuto) di Marlon Brando…

L’hai mai sognata?
No, ci mancherebbe altro… è già il mio incubo quotidiano.

Tre cose che ami e tre cose che detesti dell’ambiente culturale italiano
Ambiente culturale italiano? Quale intendi? Non credo di conoscerlo. Amo i filosofi contemporanei. E i teologi. Imparo molto da loro e, quando non sono accidiosi, mi mettono allegria. Vorrei circondarmi solo da scrittori di libri filosofici. Per me è questo l’ambiente culturale. Il resto è solo un grande show. A volte ti chiamano a fare la ballerina. A volte a recitare una parte. Altre volte sei l’ospite d’onore di un talk. La cultura si fa in privato. Spesso anche in silenzio. In alternativa, preferisco l’Arte.

L’ultimo bacio che hai dato
Due. Un’ora fa. “Bacio abbraccio e carezza” al mio piccolo tesoro. “Bacio d’amore” al mio grande.

L’ultimo rifiuto che hai dato
Ho negato un bacio sulla bocca a un uomo estraneo (e pure sposato).

La bellezza è un tema affrontato, tra gli altri, nel tuo romanzo “Femmina de luxe”, Perdisa Pop. Cosa pensi riguardo all’ossessione per la bellezza femminile propria della nostra epoca?
Qualsiasi ossessione è malvagia. Ma la bellezza è anche etica. Perseguirla fa bene allo spirito. Non a costo della vita. Non per gratificare modelli che non ci appartengono.

Un tuo talento (oltre alla scrittura)
La pazienza. So aspettare. Ho aspettato tanto. Sto ancora aspettando.

Un tuo limite
L’ansia. É invalidante.

Quando qualcuno ti corteggia con eleganza, giochi o sfuggi?
Con altrettanta eleganza cerco di dissuadere. Comunque fuggo.

Le armi di seduzione che ti conquistano
La bellezza ha molto peso. Poi l’ironia e i verbi ben coniugati.

Un progetto in cantiere
Il prossimo romanzo.

Hai appena commesso un reato, salutaci con la strizza di Raskòl'nikov in Delitto e Castigo.
Zitta. Muta. E via.

E adesso salutaci coi tuoi bei capelli sciolti al vento
Grazie Marilù e grazie ai tuoi lettori. Con sorriso aperto.

Abruzzocultura.it

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Elisabetta Bucciarelli e la scrittura
pubblicato il 16 ottobre 2009 alle 14:34
scritto da Simone Gambacorta
tematiche affrontate: interviste

Ha scritto e scrive testi teatrali, sceneggiature, racconti, romanzi, saggi, articoli giornalistici. Per Elisabetta Bucciarelli la scrittura è più di un mestiere, è una vocazione naturale, un’inclinazione dell’animo. Soprattutto, è una fonte di continua ricerca: stilistica e interiore. L’abbiamo intervistata per vedere come funziona il suo banco di lavoro. Le risposte che ci ha dato sono ricche e succose. Utili per chiunque ami la parola, non solo quella narrativa.

Leggendo il tuo curriculum viene da pensare: una vita nella scrittura. Partiamo da qui, da questa presenza, dal suo “significato”…
“Ogni tanto ci penso anch’io e cerco l’inizio. Ma non c’è un inzio. Esiste invece, da sempre, un grande amore e un profondo rispetto per la parola. Una predisposizone che qualche insegnate illuminato ha intuito fin da subito. Credo che il significato si possa intravedere nel mio disperato tentativo di farmi ascoltare, di essere il più chiara possibile quando dico, e di raccontare storie che conducono, come succedeva a me da piccola, in mondi diversi, dolorosi, ma fertili”.

E sul punto torneremo più avanti. Ora vorrei invece chiederti questo. Sceneggiature, romanzi, saggi, articoli giornalistici: in quale di queste direzioni hai mosso i primi passi?
“Ho inziato con il teatro. A vent’anni sono entrata nel laboratorio di drammaturgia del Piccolo Teatro, ora Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi. Quindi ho lavorato sulla drammaturgia, dialoghi e monologhi e ho scritto i miei primi testi teatrali. Poi sono arrivate le sceneggiature cinematografiche. Era un momento molto effervescente a Milano, prima di tangentopoli e della fuga generale di tutti. Pieno di stimoli e di incontri capaci di cambiarti”.

Qual è il tipo di scrittura dove ti senti più “tu”?
“Ho avuto la fortuna di scrivere e mettere in scena cose mie. Ogni volta che riesco a coniugare una modalità di scrittura con i contenuti che devo esprimere mi sento a posto”.

Un tuo saggio s’intitola “Io sono quello che scrivo. La scrittura come atto terapeutico” (Calderini). In che senso la scrittura può essere considerata una terapia?
“La scrittura è teraputica sia per chi la pratica che per i lettori. Permette di uscire da sé, di spostarsi dal proprio ombelico e di mettersi alla prova. Fare finta di essere, sperimentare strategie di sopravvivenza. Osare. E poi riesce a stimolare e produrre una gamma di emozioni fortissime. Indignazione, commozione, odio e amore. Fa bene. Anche quando è brutta”.

Fra le varie forme di scrittura che pratichi, qual è quella per te più terapeutica?
“Credo la drammaturgia teatrale. E’ una sorta di psicodramma che si ripete ogni sera, ma non è mai uguale. E le emozioni che passano con il teatro non sono paragonabili a niente”.

Da anni tieni anche il laboratorio “Esprimersi con la scrittura, scrivere per stare bene”: di che si tratta?
“Credo che la scrittura creativa non esista. Tutto è creazione. Anche una torta alla meringa. Esiste invece un tipo di espressione che può essere aiutata dalla parola scritta. Migliorata e compresa meglio. E’ il modo di essere di ciascuno di noi. A questo servono i miei laboratori, a capire da che parte stiamo andando con le parole, ad acquisire una padronanza maggiore, a non farci condurre ma a guidare noi, a evidenziare le carenze emotive. Tutto questo solo attraverso l’analisi dei nostri scritti. Che avviene in diretta. E’ divertente e anche molto emozionante”.

Hai pubblicato anche “Le professioni della scrittura” (Eda-Il Sole 24 Ore)…
“Ho indagato tutti gli ambiti professionali – o quasi – in cui si utilizza la scrittura e ho cercato di dare qualche consiglio agli aspiranti. Strategie pratiche per incoraggiarli a continuare, magari lasciando da parte la narrativa e invitandoli a sperimentare altre aree incentrate sempre sulla scrittura”.

Ma non hai lasciato da parte la comunicazione. E infatti “Strategie di comunicazione” (Riza Scienza) è il titolo di un altro tuo libro…
“L’esperienza a “Riza psiocosomatica” (rivista mensile, ndr) mi ha fatto crescere molto. Sono diventata pubblicista e ho imparato a capire cosa sono i simboli e i miti. In più ho approfondito le tecniche di comunicazione, grazie alla presenza di veri maestri. Parietti, Morelli, Parsi: solo per citarne alcuni”.

Partendo quindi dal presupposto che scrivere è comunicare, possiamo concludere che le varie angolazioni da cui hai riflettuto sulla scrittura altro non sono che variazioni sul tema di un solo amore: quello del dire, del trasmettere, dello scrivere, appunto. Sbaglio?
“Non sbagli affatto. L’amore immenso per la parola. La scelta continua di non arrendersi alla dotazione minima che ci è stata donata. La ricerca continua del modo migliore per dire, e scrivere. E soprattutto ritrovare il vero significato delle parole, che si è perso nel tempo e con le consuetudini sbagliate del nostro presente approssimativo e superficiale”.

Hai pubblicato anche romanzi: “Happy Hour” (Mursia), “Femmina de luxe” (Perdisa Pop), “Dalla parte del torto” (Mursia) e “Io ti perdono” (Colorado noir/Kowalski). Sono tanti, complimenti…
“Grazie. Ma non sono tanti. Anzi. Sono di più i racconti. Ma anche questo è un conto che non vale. Invece trovo interessante che siano diversi. Che tra il primo e l’ultimo ci sia un vero mondo. Una crescita, un passaggio di stato, un equilibrio differente”.

Mi dai di ciascuno una micro-descrizione? Però “tua”. Voglio dire: un po’ di parole che riflettano il tuo sentimento verso ciascuno di quei romanzi?
“Happy Hour” mi fa tenerezza. E’ acerbo, nervoso, adolescente. “Dalla parte del torto” è bulimico, ridondante, surreale, arrabbiato. “Femmina de luxe” è armonico e allo stesso tempo fastidioso. Ma gli voglio molto bene. Infine “Io ti perdono”. Credo sia il meglio riuscito. Il più dolente ma anche il più autentico”.

Ma che cos’è per te un romanzo? Come pieghi, cioè, alle tue istanze creative la vastità di questa forma?
“Il romanzo è un modo per raccontare storie. Ti permette di andare fino in fondo e di utilizzare un numero maggiore di parole rispetto alle sceneggiature e ai testi teatrali. Non chiede aiuto alle immagini ma le forma insieme alla mente del lettore. Poi è anche il luogo privilegiato per porre domande, sollevare dubbi e provare a proporre percorsi. Infine è un duetto: chi lo scrive con chi lo legge. Ci si ama alla fine, ci si odia o si cambia strada nell’indifferenza più assoluta. Tutte e tre le possibilità hanno dei precisi significati”.

Tra il primo e l’ultimo libro, la tua idea di romanzo è cambiata?
“La mia idea di romanzo non è prestabilita ma segue strade complesse. Per esempio può modificarsi dopo aver letto libri altrui o aver visto lavori artistici o cinematografici. Questo nella struttura. Ciò che cambia è il modo di affrontare la scrittura o/e la lettura. Il mio stare in bilico sul burrone. Se prima mi lanciavo e arrivavo alla fine senza aver visto niente – e rischiando di schiantarmi al suolo – ora sono in grado di osservare quello che mi circonda e di scegliere cosa trattenere e cosa no. Il altre parole ho un controllo differente, sia di me stessa che di consegunza del romanzo che scrivo. Ho più possibilità e meno paura”.

Ma uno perché racconta?
“Ti posso rispondere perché lo faccio io. Essenzialmente per due motivi. Uno è razionale: credo di avere la necessità profonda di essere ascoltata, compresa, amata. L’altro devi prenderlo così: non posso fare altro”.

E il romanzo quali possibilità di racconto ti offre?
“Tutte le possibilità che la mente è in grado di contemplare. Ogni tanto, infatti, arriva qualche mente geniale e ci propone qualcosa di mai conosciuto. Pensa a Zola con “Il ventre di Parigi”. Vere e proprie rivoluzioni”.

Quali sono le tappe che affronti affinchè un tuo libro veda la luce? C’è un’idea, poi magari vengono degli appunti, poi ancora la scrivania, e poi poi poi stesure e ristesure…
“Prima c’è un’emozione. E la necessità di renderla solida, di fermarla o esorcizzarla. Poi arriva l’idea che la contiene. Immediatamente si attacca alle storie che già conosco e ne trascina qualcuna, lasciandone perdere la maggior parte. Quindi arrivano le parole, ed è la fase più difficile. Le segno tutte. E quando è il momento parte la scrittura che, ovviamente, modifica molte circostanze che davo per acquisite e ne crea di nuove, trascinandomi, a volte, dove non credevo di poter andare. Le stesure sono tante, di solito. Nell’ultimo libro, “Io ti perdono”, il punto di partenza è stato la paura di perdere qualcosa di importante”.

Come capisci di aver tagliato il traguardo?
“Quando mi tirano via il libro dalle mani”.

La tua scrittura, il tuo stile, è asciutto, ritmato, fratto, rapido. Hai sempre scritto così?
“No, e non so se andrò avanti a scrivere così. La mi sfida è mantenere la voce ma cercare, appunto, di trovare le migliori parole per dire. “Io ti perdono” aveva necessità di una scrittura secca. Essenziale. I temi trattati sono già forti e pieni di lessico nell’immaginario comune, non servivano tante parole. “Dalla parte del torto”, invece, tratta un tema molto colorato ma privo di un suo lessico, perché è un tabù. Lì ho esercitato l’arte dell’accumulo e della ridondanza”.

Le soluzioni stilistiche sono dunque frutto di una ricerca che si “aggiorna” caso per caso…
“L’idea di scrittura è legata a doppio filo alla ricerca. Allo studio della parola. All’impegno di trovare il meglio per dire. Sempre considerando il tipo di narrativa che sto facendo. E forse proprio per questo. La narrativa di genere ha come caratteristica di base l’intrattenimento, ma questo può essere fatto in modo più o meno interessante, sia per la storia che racconti sia per il modo in cui lo fai. Non credo in una bella storia scritta in modo sciatto. E’ destinata a piacere ma non a rimanere nel tempo”.

Prima parlavamo del dolore e del potere terapeutico della scrittura. Ora vorrei chiederti questo: quando si scrive, quando si racconta, quando con una trama ci si inoltra – come tu stessa fai – nelle regioni liminari dell’agire umano, che tipo di esercizio si compie?
“Per chi scrive è certamente una vera e propria indagine all’interno di Sé. Non so con quanta consapevolezza o meno. E’ una sorta di transfert con personaggi e avvenimenti, un farsi altro per arrivare sinceri e forti al lettore”.

Quando si racconta una qualsiasi storia – qualunque essa sia, e al di là degli aspetti autobiografici – quale e quanta è la quota di scavo che occorre esigere da sé?
“Ci sono molti modi di affrontare la narrazione. È sufficiente guardare cosa ci propone il mercato. Ci sono storie avvincenti, che ti trascinano e con la stessa forza ti abbandonano alla fine. Ci sono libri senza storie forti, ma con atmosfere potenti. Autobiografie travestite da romanzi. E narrativa di consumo che ti spinge a iniziare ricerche storiche anziché umane e personali. Ogni libreria è come una farmacia dove si curano desideri e malattie. Nelle mie storie ci sono pochissimi aspetti autobiografici, cose capitate a me nella vita reale. Ma tutta la gamma delle emozioni è autentica. Le emozioni sono state metabolizzate, passate al vaglio. Ho sofferto, gioito, fatto soffrire, ma anche reso felice. Ho aspettato, cercato spasmodicamente. Ho pianto. Sono stata sola e ho avuto molta paura. Conosco l’umiliazione e la presunzione. Non baro su questo. Ho fatto anni e anni di lavoro su di me. Riconoscendo emozioni e stati d’animo. Quello che propongo mi è chiaro al millimetro. E se qualcosa mi sfugge è per l’enorme potere della scrittura. Ci lavoro dopo che il libro è uscito. Grazie ai lettori, che sono il motore della mia crescita e che mi restituiscono, soprattutto sull’ultimo libro, schegge delle loro esistenze formidabili”.

E questo a cosa porta?
“Si chiama rischio. Se tu proponi emozioni con le parole, scateni emozioni. Che non sono mai tutte dello stesso segno. Ma vale la pena”.

Reporter.it


La Gazzetta di Parma

1 novembre 2009



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Europolar


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Io ti perdono
Scritto da Patrick Fogli
dimanche 20 septembre 2009
Io ti perdono
Elisabetta Bucciarelli
Kowalski , 2009

Ci sono libri di cui è difficile parlare.
Perché qualsiasi cosa si dica finisce per essere limitativa, per ridurre a qualche frase un contenuto che invece ha bisogno di tempo, di pensieri, di ascolto.
L’ultimo romanzo di Elisabetta Bucciarelli, “Io ti perdono” (Kowalski), è uno di quelli. Non sono tanti e con i tempi che corrono si è fortunati quando se ne incontra uno.
L’ispettore Maria Dolores Vergani cerca di scoprire chi sia la ragazza trovata morta in un capannone. Una prostituta, forse straniera.
In Val d’Aosta Don Paolo ha bisogno di lei. Ci sono bambini che spariscono e poi riappaiono, genitori che non denunciano, silenzi che mortificano la vita, oltre che la verità. E le parole del prete, che omettono, che sembrano cercare perdono e redenzione, più che un aiuto per cancellare l’orrore.
Nel mezzo, come sempre, la quotidianità. Le semplicissime difficoltà di relazione con gli uomini, uomini che tacciono o parlano troppo, che fanno o restano immobili, che non hanno coraggio o vorrebbero averlo.
Parla di un sacco di cose, “Io ti perdono”.
Di quello che si deve fare, che si vuole fare e che si può fare. Della religione e dell’imperfezione del mondo, della differenza fra essere un uomo di Dio e essere un uomo.
Della fragilità dell’infanzia, quella vissuta, quella dimenticata, quella violata. Dell’esistenza del male o del Male, ammesso che siano differenti. Di maternità e di quanto sia comunque donna, una donna che decide di non avere figli. Malgrado le occhiate del mondo.
Della capacità, della necessità di vivere i propri sentimenti.
Di come il dolore sia qualcosa di fisico, che ti può cambiare, schiacciare, uccidere.
Un libro facile da leggere, ma per nulla superficiale.
Un libro che va ascoltato, oltre che letto. Al di là della trama, al di là dei fatti.
Elisabetta Bucciarelli scrive perché ha qualcosa da raccontare, scrive perché ha qualcosa da dire, non riempie mai la pagina a caso.
E le parole, la loro voce, il loro significato, ti restano attaccate.
Spuntano fuori quando meno te lo aspetti, ti accompagnano, sono lì.
Mescolate fra i pensieri e le molte domande a cui bisognerebbe tentare di dare una risposta.


L’autore
Patrick Fogli è nato a Bologna dove vive tuttora nel 1971 ed è ingegnere elettronico. “Lentamente prima di morire” è il suo primo libro che ha avuto un ottimo successo di pubblico e di critica. Per Piemme ha pubblicato il thriller” L’ultima estate di innocenza” e i il romanzo “Il tempo infranto”. E’ uno degli scrittori più interessanti della nuova generazione.
Ultimo aggiornamento ( mercredi 23 septembre 2009 )


domenica 20 settembre 2009

Vero

25 settembre 2009

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Amor del bello

11 maggio 2009
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Espansione Tv, Zerotreuno



La libreria di via Volta

libreriadiviavolta.blogspot.com
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La scelta dei nostri lettori per le vacanze:

Zia Mame di Patrick Dennis (Adelphi)
Il giorno prima della felicità di Erri De Luca (Feltrinelli)
Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson (Adelphi)
In viaggio contromano di Michael Zadoorian (marcos y marcos)
Olive Kitteridge di Elizabeth Strout (Fazi)
Io ti perdono di Elisabetta Bucciarelli (Kowalski)
Venuto al mondo di Margaret Mazzantini (Mondadori)
Irlandese al 57% di Roddy Doyle (Guanda)
Qualunque cosa succeda di Umberto Ambrosoli (Sironi)
La fortuna non esiste di Mario Calabresi (Mondadori)

Leggendoscrivendo.it

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Lumacheavapore.it

Lumache a vapore.it
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Recensione a cura di D.O.

Si chiama Maria Dolores Vergani ed è un ispettore – io avrei detto ispettrice, ma l’autrice, che ha l’ultima parola, preferisce così – di polizia. Vita complessa, frammentata, turbata dal presente come dal passato; donna comunque forte, determinata, alle prese con il ritrovamento di resti umani in un polveroso magazzino, con un folle che taglia ciocche di capelli sui tram di Milano a giovani e inconsapevoli vittime e – come se non bastasse – con la gestione di un paio di questioni amorose e soprattutto con la scomparsa di alcuni bambini in un angolo di paradiso della Valle d’Aosta. Lo stesso luogo dove l’ispettore Vergani ha trascorso molte estati di vacanza e dove vive Don Paolo, sacerdote turbato che cerca, alla sua maniera, di portare conforto ai genitori delle giovani vittime che vengono rapite, molestate e liberate poco tempo dopo. C’è tanto, insomma, in questo volume di Elisabetta Bucciarelli: un libro ben scritto ma che, forse, soffre proprio dell’effetto “troppa carne al fuoco”. La storia dei bambini scomparsi è senza dubbio la più definita, la più delineata e coinvolgente, quella dove l’autrice offre maggiori dettagli, profili e particolari. Don Paolo riappare dal passato e chiede aiuto all’ispettore: è chiaro, sa qualcosa, ma il vincolo del segreto confessionale gli tiene le mani legate. Proprio così: nell’intimità della confessione qualcuno parla: “Padre, ho molto peccato. Credo in Dio misericordioso e so che mi solleverà dalle mie colpe. L’ho fatto un’altra volta. Ma lei, padre, mi ha sempre perdonato e so che lo farà ancora. Non potrà mandarmi via senza liberarmi dai miei peccati. E io me ne andrò, con il suo perdono.” La trama si infittisce: si scava nel passato del prete, si scoprono storie scomode, mentre finalmente, un po’ in ritardo rispetto agli altri rapimenti, anche l’ultima bambina viene liberata. Nel frattempo però, la madre della piccola, muore di crepacuore. Bucciarelli – si percepisce con grande chiarezza – dà molto valore ai luoghi: siano quelli puri e naturali della Valle d’Aosta, quelli più contaminati della Riviera Ligure o quelli, corrotti e trasformati, della grande Milano e dei suoi dintorni. C’è piglio e carattere nell’atto del narrare e c’è un’agile mobilità per entrare e uscire dalla tante storie comprese in questo volume. Storie appassionanti che, forse, meriterebbero semplicemente più respiro.

Note sull’autore
Elisabetta Bucciarelli vive e lavora a Milano. Ha pubblicato diversi saggi, sceneggiature e romanzi. Collabora con alcune testate giornalistiche occupandosi di filosofia, arti , manie.

Le prime righe
“Io credo che tutti alla fine si somiglino. Credo che tutti abbiano qualcosa o qualcuno da perdonare. Solo se stessi, magari. Ma sono anche convinta che perdonare non sia passare sopra alle cose con generosità o leggerezza. Credo sia farsi lacerare e dilaniare fino a che la resa diventi inevitabile. Il perdono non è una dichiarazione d’intenti. È una conquista”.

IO TI PERDONO
di Elisabetta Bucciarelli
252 pagine
14,00 Euro
Kowalski Editore

Il recensore

Si può davvero perdonare? Parla Elisabetta Bucciarelli
di Stefano Giovinazzo

8 settembre 2009
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Una leggenda antica, una richiesta di perdono, un senso di colpa che non trova pace. “Io ti perdono” (Kowalski, 2009) di Elisabetta Bucciarelli è un giallo, come afferma l’autrice, “dolente, sincero e appassionato“.
“Io ti perdono“, un giallo ambientato a Milano. Su cosa ha puntato in questo suo ultimo libro?
“Io ti perdono racconta Milano ma anche la Valle d’Aosta e la Liguria. E’ in controtendenza rispetto ai miei tre precedenti. In queste pagine basta un cuore nero a tingere dello stesso colore qualsiasi luogo. In realtà il libro si propone di indagare il lato oscuro del femminile. Quelle zone d’ombra che riguardano i sentimenti “neri”, alimentati da un’educazione sentimentale inadeguata o del tutto assente. La città, i boschi e il mare sono quindi soprattutto luoghi simbolici.”
Parliamo del titolo, sicuramente d’impatto. Cosa ci può dire a riguardo?
“Il titolo è l’ossessione che mi ha mosso a scrivere. Una domanda su tutte: si può davvero perdonare? Tutti questi delitti, il male, le tragedie della cronaca e della letteratura di genere (e non), propongono vittime, fascinosi poliziotti che indagano, ma esistono anche e soprattutto, familiari feriti e amici inconsolabili che devono fare i conti con la realtà. Cosa può fare chi resta? Vivere nella speranza di vendicarsi, di ottenere una giustizia formale oppure perdonare, lasciando scivolare sullo sfondo il male e riprovando a mettersi in gioco. Perdonare un uomo che uccide ma anche una persona che ti abbandona è un gesto da super-umani. Eppure qualcuno ci riesce. Qualcuno in nome di un Dio, altri in nome di se stessi. Un piccolo torto o una grande mancanza. Allo stesso modo gravi per anime differenti. Mi sono chiesta se sia davvero possibile riuscire a concedere un perdono che ci liberi e ci permetta di continuare a condurre un’esistenza decente. Nel libro non offro risposte risolutive ma cerco di porre interrogativi attraverso le storie e i personaggi.”
Sono molte le lodi attorno ai suoi libri, la definiscono “una professionista della scrittura“. Lei come si vede?
“Definirmi una “professionista della scrittura” è, più che una lode, una constatazione, credo. Di fatto la mia professione è scrivere. Un riconoscimento di una strada che parte da molto lontano ed è fatta solo di scrittura. In questo penso di essere stata coerente, anche nei momenti più difficili, e di aver trovato il modo di coltivare la parola in ogni circostanza professionale. A me sembra di essere lungo un percorso di ricerca che non finisce mai, difficile e stimolante. Non sono mai soddisfatta e cerco sempre di mettermi in gioco e di sfidarmi su terreni narrativi che non conosco. Di una cosa sola sono sicura, la sincerità con cui scrivo. Non costruisco per gioco ma non ho scelta, devo scrivere.”
Nel libro è forte l’elemento del passato che porta il protagonista, l’ispettore, ad un viaggio a ritroso. Cos’altro troviamo nel testo?
“Nel libro ci sono un’indagine non autorizzata e un paio di indagini ortodosse. Poi ci sono le aspettative e le speranze tradite e deluse di bambini, donne (soprattutto) e uomini che cercano disperatamente un’arcadia di purezza perduta. Vorrebbero potersi fidare e non riescono. Rinunciano e hanno paura.”
Cos’è il perdono per Elisabetta Bucciarelli?
“E’ un regalo che facciamo in nome di un amore più grande. Un punto di arrivo. Che nella vita ti condiziona scelte e percorsi.”
Il suo libro in 3 aggettivi.
“Dolente, sincero e appassionato.”
Elisabetta Bucciarelli vive e lavora a Milano. Ha pubblicato diversi saggi e sceneggiature tra cui Amati Matti, menzione speciale della giuria alla 53a Biennale del Cinema di Venezia. Ha pubblicato i romanzi Happy Hour (Mursia), Femmina de luxe (Perdisa Pop) e Dalla parte del torto (Mursia), selezionato per il Premio Scerbanenco 2007 e finalista al Premio Azzeccagarbugli come miglior romanzo poliziesco del 2008. Collabora con alcune testate giornalistiche occupandosi di filosofie, arte, manie. Ha ideato e tiene da più di dieci anni il laboratorio Esprimersi con la scrittura, scrivere per stare bene. Conduce la rubrica GialloFuoco, su Booksweb.tv. Molti suoi racconti sono apparsi in quotidiani, antologie e nel Giallo Mondadori. Una sua short story noir è presente nel recente volume Alle signore piace il nero. Il suo sito è www.elisabettabucciarelli.it

La Gazzetta di Parma

La Gazzetta di Parma
2 settembre 2009

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Mistero e sapori: quando il giallo «è servito»
di Giulia Coruzzi

Nutrimento per il corpo e per la mente a Langhirano in occasione del Festival del prosciutto. E’ stata presentata ieri, in Provincia, la 6^ rassegna di letteratura poliziesca e gastronomia «I sapori del giallo».
«Questa iniziativa va a coniugare due aspetti d’eccellenza: la gastronomia e le suggestioni letterarie» ha sottolineato l’assessore provinciale Ugo Danni. Dal 3 al 6 settembre il cortile parrocchiale ospiterà i migliori giallisti: «Si mangerà e si discorrerà insieme agli scrittori, si potrà assistere a spettacoli di musica, teatro, proiezioni - ha spiegato Luigi Notari che da sempre cura la manifestazione -. Si assaggeranno prodotti tipici e si darà vita alle ricette contenute all’interno degli stessi romanzi». E ci sarà spazio anche per «I sapori della legalità» grazie alla partecipazione dell’associazione «Libera» con vendita dei prodotti delle terre confiscate alla mafia.
Si inizia domani alle 19 celebrando il trentennale dell’uccisione di Giorgio Ambrosoli: Umberto Ambrosoli presenterà «Qualunque cosa succeda» e Mimmo Franzinelli «La sottile linea nera», a seguire «Piece per immagini, voce narrante, musica e letture sceniche» con Mimmo Franzinelli, Mauro Slaviero, Federico Bianchi.
Venerdì alle 19,30 inizieranno ad intrecciarsi mistero e sapori con «Giallo parma: autori parmensi»: Paolo Codognola, Alessandro Soprani, Davide Barilli, Valerio Varesi e Nicola Bassi presenteranno le proprie opere. Durante la serata verrà ricordato Oscar Marchisio attraverso la presentazione del suo libro «Meta Stanza».
Sabato alle 11,30 sarà la volta di «Dalla realtà all’immaginario: poliziotti che scrivono»: gli autori coinvolti saranno Andrea Ribezzi, Alessandro Maurizi, Maurizio Matrone, Gianni D’Ippolito, Maurizio Lorenzi.
Sempre sabato, ma alle 19.30: «Giallo storico» con gli scrittori Danila Comastri Montanari, Ben Pastor, Fabrizio Battistelli, Marco Bertozzi, Patrizia Debike Van Der Noot e Loriano Macchiavelli. Domenica alle 11,30: «Premio giornalismo d’inchiesta «Marco Nozza» III ediz. Dall’immaginario alla realtà»; parteciperanno i giornalisti Roberto Scardova, Francesco De Filippo, Pietro Orsatti, Raffaele Sardo.
Domenica alle 13 Paolo Galloni presenta «Disumanità», mentre alle 19,30 Nicoletta Lamberti (traduttrice di Ed McBain), Elisabetta Bucciarelli, Piero Soria parteciperanno all’incontro dedicato a «Joe Petrosino 1909-2009: cento anni di memoria». Tutti gli appuntamenti, organizzati da sindacato di polizia Siulp, Comune di Langhirano, Accademia degli Incogniti, libreria Liberamente, Itsos e associazione «Per loro come noi», sono patrocinati dalla Provincia.
Per consultare il programma completo:
http://www.festivalditorrechiara.it/giallo08.htm.

Vivere

Vivere. Monza Lecco e Brianza
settembre 2009





lunedì 14 settembre 2009

Corriere della Sera

9 agosto 2009

Fondata ottant' anni fa, la Libreria Cattaneo di Lecco (via Roma 52, tel 0341 286323, libreria@cattaneolecco.it) tratta libri di ogni genere con una particolare attenzione al settore giallo e noir

Hakan Nesser Era tutta un' altra storia Guanda, 18
Don Winslow Il potere del cane Einaudi, 22
Henning Mankell Il cinese Marsilio, 19
Alfredo Chiappori Quanti denti ha il pescecane Mursia, 15
Charlene Thompson Stanotte sei mia Marcos Y Marcos, 14,50
Glenn Cooper La biblioteca dei morti Nord, 18,60
Donato Carrisi Il suggeritore Longanesi, 18,60
Tom Rob Smith Il rapporto segreto Sperling & Kupfer, 19,90
Elisabetta Bucciarelli Io ti perdono Kowalski, 14
Michelle Wan I delitti della Dordogna Garzanti, 18,60

Scrivere è facile



24 agosto 2009
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VDBD - Via delle belle donne

25 agosto 2009
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di Antonella Pizzo
A Faletti che diceva: Io uccido, risponde Elisabetta Bucciarelli con: Io ti perdono. (Però presentemente Faletti afferma: “Io sono Dio”).
E’ tornata nelle librerie Elisabetta Bucciarelli con Io ti perdono, ed è tornata Maria Dolores Vergani ad indagare. Un ritorno alla grande. La casa editrice che ha pubblicato il romanzo è la Kowalski – Coloradonoir che nasce nel 2004 con l’intento di pubblicare romanzi dai quali realizzare prodotti cinematografici.
Il romanzo dovrebbe essere un noir, così infatti è definito in copertina, dovrebbe essere quindi romanzo di genere. Un romanzo di genere non ha “in genere” nessun significato, o meglio, non vuol dire nulla, non vuole mandare nessun messaggio, non si prefigge di cambiare il mondo; vuole solo far divertire, emozionare, impaurire, far venire un brivido, la pelle d’oca, vuole angosciare o rilassare, ridere, fantasticare, e così via a seconda del genere rosa, noir, giallo, avventura, fantasy.
Nel romanzo della Bucciarelli invece vengono trattati alcuni dei temi sociali che affliggono il nostro tempo. Pedofilia e prostituzione, sono, infatti, i temi portanti (e importanti) del romanzo che dunque non possiamo definire noir ma probabilmente romanzo di denuncia, romanzo che racconta impietosamente il reale. Ma non solo, penso si debba parlare anche di romanzo di introspezione perché si indaga l’animo umano e le sue debolezze, si analizzano i rapporti fra uomo e donna, si affrontano i problemi delle donne e della femminilità, quella della solitudine, del confronto fa il bene e il male, fra l’odio e il perdono, del dolore e della sua accettazione. Insomma non è tutto noir quello che è scuro.
La scrittura è equilibrata e non trascende mai nel cattivo gusto e nell’orripilante. Tutto è ben dosato. I capitoli sono brevi e così l’attenzione rimane desta. Nel precedente romanzo della Bucciarelli “Dalla parte del Torto” non mi era tanto piaciuta “la presenza dell’autrice” che interveniva con motti e frasi di spirito e citazioni varie, trovo ora che l’autrice abbia fatto un passo in avanti restando in silenzio e facendo parlare la storia e i suoi personaggi.
(antonella pizzo – noticine di una finta critica)

Ecco l’incipit del romanzo.
“Io credo che tutti alla fine si somiglino. Credo che tutti abbiano qualcosa o qualcuno da perdonare. Solo se stessi, magari. Ma sono anche convinta che perdonare non sia passare sopra alle cose con generosità o leggerezza. Credo sia farsi lacerare e dilaniare fino a che la resa diventi inevitabile. Il perdono non è una dichiarazione di intenti. È una conquista.”
“È un cammino lungo, non devi avere fretta.”
“Ma poi si riesce a stare in pace? Perdonare e dimenticare il torto e chi l’ha commesso, se stessi e le proprie mancanze?”
“Solo Dio può perdonare il peccato. L’uomo, se riesce, può arrivare al massimo a perdonare il peccatore.”

Ecco la trama
Risate, voci allegre ai confini di un bosco in montagna: cercano castagne. Un cagnolino scodinzola vicino alla piccola Arianna. Lei lo insegue nel labirinto degli alberi in una corsa malferma fino all’abbraccio di qualcuno. Scomparsa. Richiamata da un sacerdote che la conosce da quando era bambina, l’ispettore Maria Dolores Vergani torna in quel paesino della Val d’Aosta. L’uomo le chiede di aiutare la madre della bambina in veste di psicologa, professione che non svolge più da tempo. Ma c’è anche dell’altro, che il prete non vuole o non può dire. Una leggenda antica, una richiesta di perdono, un senso di colpa che non trova pace.
Intanto a Milano vengono rinvenuti in un’area industriale dismessa i resti di una donna e il collega Pietro Corsari la coinvolge, suo malgrado, in un’indagine ben oltre le mura della città, dove i milanesi sciamano per soddisfare desideri inveterati. In questo momento difficile, Maria Dolores può fidarsi solo di Achille Maria Funi, il suo aiuto, che la segue in missioni oltre la loro stretta competenza e che si rivela questa volta inaspettatamente sensibile e perspicace.
Scissa tra la tragedia della bambina scomparsa e il male quotidiano del suo lavoro, l’ispettore Vergani si ritrova a fare i conti con l’amore, quello da cui non si può sfuggire e dal quale si vuole a tutti i costi scappare. E mai come ora Maria Dolores deve ripercorrere il proprio passato – un percorso che la porterà forse a diminuire la distanza di sicurezza fra sé e le persone della sua vita.
Ecco l’autrice
Elisabetta Bucciarelli vive e lavora a Milano.
Ha pubblicato diversi saggi e sceneggiature tra cui Amati Matti, menzione speciale della giuria alla 53a Biennale del Cinema di Venezia. Ha pubblicato i romanzi Happy Hour (Mursia), Femmina de luxe (Perdisa Pop) e Dalla parte del torto (Mursia), selezionato per il Premio Scerbanenco 2007 e finalista al Premio Azzeccagarbugli come miglior romanzo poliziesco del 2008. Collabora con alcune testate giornalistiche occupandosi di filosofie, arte, manie. Ha ideato e tiene da più di dieci anni il laboratorio Esprimersi con la scrittura, scrivere per stare bene. Conduce la rubrica GialloFuoco, su Booksweb.tv. Molti suoi racconti sono apparsi in quotidiani, antologie e nel Giallo Mondadori. Una sua short story noir è presente nel recente volume Alle signore piace il nero.

Cronaca Qui

Cronaca Qui Milano, Spettacoli
12 agosto 2009



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